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L’oracolo di Delfi e il filosofo Socrate chiudono la comunicazione con il mondo della magia e con le divinità della natura. Per quale motivo? La responsabilità è riconducibile a una frase: “Conosci te stesso”.

Questo semplice assembramento di parole seppellisce la magia e demistifica le divinità perché chiede all’essere umano di non volgere lo sguardo agli elementi della natura, bensì di riservarlo a sé stesso.

Oracolo di Delfi e Socrate: insieme contro la Natura

 

Il titolo così formulato può assumere dei connotati esagerati, eppure è proprio da qui che parte la disgregazione con l’ignoto e il proselitismo filosofico.

La massima religiosa iscritta nell’ Oracolo di Delfi viene letta dalla consapevolezza moderna come un’esortazione a indagare nel proprio inconscio, affinché ciascuno di noi trovi gli strumenti e i mezzi per affrontare le avversità della vita.

Tuttavia, la frase vanta anche un’ altra chiave di lettura, decisamente più prosaica e comunque di forte impatto. Perché la gente nell’Antica Grecia si affidava alla magia, alle divinità e alle mantiche.

Invece Socrate, rimarcando la frase, ha consigliato ai suoi amici di trovare le risposte dentro di loro, senza richiedere l’intervento di alcun intermediario spirituale.

Oracolo di Delfi e Platone il filosofo

Divinità e magia

Nel mondo antico le domande irrisolte trovavano un riscontro nella relazione con le divinità e nel rapporto con la magia. Difatti, le complicazioni venivano registrate come una risposta negativa o un maleficio eseguito da qualche nemico.

Seguendo questa logica, la mitologia rivestiva un ruolo cruciale, così come il potere magico elargiva un aiuto sostanziale.

Con l’avvento della filosofia, l’amore per la conoscenza, il paradigma divinità e magia cambia. In particolare, con Socrate si passa dalla centralità della natura a quella dell’essere umano.

E cosa succede? Dalla consapevolezza del nostro essere noi troviamo la nostra divinità e chiudiamo la connessione con gli dei della natura. Di conseguenza anche la magia perde consistenza, poiché il potere risplende nell’ unicità dell’ individuo.

Potrà sembrare una conseguenza logica, eppure ha seguito un percorso tortuoso e maldestro, tanto da portarci oggi a credere di aver assunto noi stessi le fattezze di Dio e di poter applicare nella società le nostre regole.

Si tratta di un’esplosione dell’ego, in cui non c’è più alcuna figura a cui assoggettarsi, se non la nostra unicità considerata al pari di una divinità.

E ripescando a ritroso, ci rendiamo conto di quanto quella frase sia stata travisata, ancora una volta per dare potere al nostro ego.

Per questo dobbiamo tornare alle origini e riscoprire l’autentico valore delle divinità e della magia, due elementi incoraggianti, volti a promuovere lo stupore e la meraviglia anche da adulti, quando oramai abbiamo sorpassato da tempo l’età della fanciullezza.

Mantenendo forte la capacità innata di sorprenderci diventiamo virtuosi, e preserviamo la qualità che ci rende ancora degni di definirci degli esseri umani.

Silfide e silfo sono il corrispettivo femminile e maschile degli spiriti elementali dell’aria: delle creature mitologiche antiche. Il termine deriva dalla lingua tedesca, ovvero da Sylfe, ed è stato coniato dall’alchimista Paracelso.

L’origine viene attribuita partendo dalla connotazione silvana o boschiva del vocabolo, facendo altresì assorbire il significato derivante da nýmphe (ovvero ninfa in greco).

In pratica, Paracelso voleva attribuire a un unico nome il simbolismo degli spiriti elementali dell’aria, sollevando il peso etimologico ed equiparandolo alle figure mitologiche delle ninfe greche.

Questa attribuzione comporta però un dilemma, in quanto la figura non appartiene all’autentico mondo mitologico, bensì è stata forgiata dall’estro umano, cercando di caricarle di un peso mitico.

Tuttavia con il tempo sono entrate a far parte del mondo dei miti, ed è proprio qui che andiamo a ripescare gli spiriti elementali.

 

Silfide e Silfo

 

Silfide e Silfo: chi sono e come riconoscerli

 

Essendo degli esseri elementali, e perlopiù dell’aria, sono delle figure eteree e sfuggenti, difficili da agguantare con la vista o con l’intuito. In particolare, la Silfide si dimostra quasi trasparente, leggera come un refolo di vento, dalla silhouette agile e snella.

Non a caso, è diventata una metafora a rappresentazione delle ragazze che vantano un portamento da Silfide. Invece, il Silfo è altresì etereo e volatile, ma assume un temperamento volubile, paragonabile al soffio di vento in continuo cambiamento.

Pertanto, possiamo ripristinare le figure in due termini di caratterizzazione: la figura femminile è leggiadra e dolce, mentre il contrappeso maschile è irruento e ingestibile.

Ciononostante, entrambi conservano un’aurea immanente, quasi imprendibile. Difatti, non esistono immagini della Silfide e del Silfo, se non qualche tentativo umano di rappresentare i due spiriti.

 

Alchimia e Paracelso

Paracelso: fautore e conoscitore degli spiriti elementali alchemici

 

Il vero nome di Paracelso è già di per sé ermetico: Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim. Per nostra fortuna, decise di riassumere il nome in Paracelsus.

Originario di Einsiedeln in Germania, completò i suoi studi all’Università di Ferrara, diventando un coniatore seriale di vocaboli, utilizzati ancora oggi, e il primo botanico sistematico.

Tuttavia, i suoi interessi convergono sull’alchimia, dando vita alla nuova forma di alchimia spagirica. La differenza rispetto all’alchimia classica si basa sulla trasmutazione dei vegetali al posto dei metalli, adattandosi alla dottrina di Aristotele dei quattro elementi.

Secondo l’alchimista esistono tre elementi che compenetrano i corpi organici e inorganici, uomo compreso, e sono il sale, lo zolfo e il mercurio. Assumono una valenza di archetipi spirituali, il cui aspetto tangibile si raffronta agli spiriti elementali.

In tale ottica, Paracelso plasma la figura della Silfide e del Silfo e conia i termini a loro rappresentanza.

I tre elementi alchemici di Paracelso

L’antica pianta medicinale del Silfio

 

Gli spiriti elementali richiamano, in l’associazione alla teoria di Paracelso, un altro elemento vegetale: il silfio. Si tratta di una pianta antica, oramai estinta, utilizzata nella medicina antica.

Proprio il suo uso smodato ha causato l’estinzione; un eccesso di consumo da parte dei popoli europei e mediorientali.

Le proprietà riconosciute da Ippocrate erano quelle medicamentose, capaci di contrastare l’influenza e i disturbi stagionali, l’indigestione e molti altri tipi di malattie cutanee e fisiche.

La pianta assomigliava al sedano per le foglie, mentre i semi erano tondeggianti a forma di cuore. La raccolta veniva fatta a Cirene, una colonia dei Greci, che corrisponde all’attuale area costiera della Libia.

Veniva lavorata in forma di resina e il suo valore venduto al mercato era piuttosto elevato. Nonostante ciò, venne sfruttata fino a sparire completamente.

Un monito all’attività intensiva di oggi, per ricordare che quando gli spiriti elementali e la Natura si ribellano, abbandonano per sempre l’uomo e la Terra. Sono sfuggenti e volubili, perciò rispettiamo la Natura se non vogliamo avere un nemico impossibile da combattere.