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Qual è l’origine di Abracadabra? La formula magica che fin da bambini abbiamo imparato a recitare ha delle origini lontane nel tempo. Ma non troppo lontana, diciamo nel Medioevo.

La formula era usata tantissimo in quell’epoca ed era la generatrice di tutti i rituali magici e degli incantesimi. L’origine di Abracadabra deriva dall’ebraico, dalla commistione di due parole. ‘Abreq ad habra‘ che letteralmente significa “scaglia la tua folgore fino alla morte”.

L’origine di Abracadabra scritta

Quando veniva utilizzata nella formula scritta subiva un processo piuttosto particolare. Prima era trascritta per intero all’interno di un triangolo rovesciato o la scritta stessa andava a formare un triangolo.

Nel triangolo la parola Abracadabra era ripetuta riga per riga fino a riempire il triangolo. Ma la parte interessante arrivava all’approssimarsi dell’ipotenusa in cui rimaneva lo spazio per scrivere una sola “A”.

 

abracadabra formula magica

 

Le altre origini della formula

Un’altra possibile origine di Abracadabra è relativo alla filosofia gnostica e corrisponde al nome del dio solare Mithra, ovvero Abraxas. Andando a spulciare i talismani dell’epoca questo nome si rivede spesso e sottintende un significato ben specifico.

Abraxas identificato con Mithra rappresenta il mediatore fra l’umanità e il dio Sole invincibile venerato fra il III e il IV secolo d.C. in forma di religione monoteista. La stessa dualità Abraxas e Mitra rappresentava in Iran l’intermediario fra il Bene e il male riconosciuti con il nome di Ohrmazd e Ahriman.

Possiamo quindi riassumere gli aspetti della formula dicendo che:

  • Abracadabra non ha un’origine certa ma la si identifica con certezza nel Medioevo;
  • potrebbe avere due significati distinti e appartenere entrambi alla doppia divinità Abrax-Mithra;
  • non ha traduzioni in nessuna lingua;
  • oggi è una formula di rito nei giochi di prestigio;

 

Abracadabra contro i malanni

L’origine di Abracadabra risale al testo Liber medicinali scritto da un medico a servizio dell’imperatore romano di Caracalla. La prescrizione prevedeva di indossare un talismano con la scritta della formula all’interno di un triangolo capovolto. In questo modo la malattia sarebbe diminuita.

Viene citata anche da Carlo Levi nel contesto autobiografico del libro “Cristo si è fermato a Eboli” nel paragrafo in cui consigliava l’uso dell’amuleto a forma di triangolo.

E, infine, venne usato nel Seicento durante la pandemia di peste a Londra. Il triangolo rovesciato veniva appeso agli stipiti della porta così da allontanare e non far entrare il male oscuro che imperversava nelle strade.

Quali erano le competenze dello stregone? In quale modo riusciva a dimostrare alla tribù che le sue preghiere funzionavano?

Non appena la civiltà preistorica si rese conto della componente magica della natura si scatenò la necessità di avere qualcuno che fungesse da tramite. Le famiglie interagivano a loro modo con la natura ma capirono ben presto che l’arte propiziatoria non era sempre favorevole.

Pensarono così di affidare l’incarico alla persona più in vista della tribù, la quale spiccava per la sua prestanza fisica o per l’intelligenza. Oppure, più semplicemente, per la sua saggezza.

Nacque in questo contesto la figura dello stregone, un’immagine antecedente al sovrano. Nel tempo, infatti, la figura di sovrano, stregone e sacerdote si mescolarono per fissare l’aurea di importanza e trascendenza.

Furono delle figure essenziali per la crescita della comunità perché concorsero a formarne l’identità e spinsero le menti a porsi sempre nuove domande. Promossero – indirettamente – l’evoluzione umana, rivolgendo uno sguardo all’inconscio e alla relazione con la Natura.

Magia pubblica e privata

 

Credere nella magia significa presupporre che, sotto l’influsso di certi riti, la vita ordinaria si sfilacci per dare spazio a un altro piano di realtà. Questa fessura suddivide il mondo reale dall’occulto.

Chi si rivolge allo stregone accetta tacitamente questo patto di alleanza in cui si affidano i propri problemi a un tramite capace di conversare con forze sovrumane o energie naturali.

Si accede nel mondo dell’invisibile dove si muovono entità occulte che solo il mago è in grado di evocare. Instaurando così uno stretto rapporto di causa magica ed effetto reale.

 

Le competenze dello stregone si dividevano in due categorie principali di magia:

  • pubblica;
  • privata.

 

La magia pubblica veniva praticata a beneficio dell’intera comunità o nella cerchia ristretta della tribù. Quella privata, invece, investiva riti magici, incantesimi e altri artifizi a beneficio del singolo.

Nei riti privati il cittadino veniva aiutato a sconfiggere malesseri, problemi o questioni di cuore. Allo stregone veniva posto un quesito e lui si affaccendava per trovare una risposta valida.

Fra le competenze dello stregone nella magia pubblica c’era quella di far piovere. Era sua la responsabilità di far cadere l’acqua o di bloccarla qualora fosse troppa.

E lo faceva affidandosi alla magia imitativa (omeopatica). Per far scendere la pioggia mimava la caduta delle gocce d’acqua o danzava il movimento delle nuvole; per bloccare la pioggia invocava il calore con il fuoco e si rivolgeva direttamente al sole.

Allo stesso modo si rivolgeva agli altri agenti atmosferici come il vento, la siccità, il freddo, eccetera, cercando di intercedere fra queste divinità e il volere della sua comunità.

Quando il tempo era fin troppo molesto il sacerdote sosteneva che fosse stato in qualche modo indispettito. A ciò seguiva tutta una serie di rituali che venivano fatti per riportare la pace e un clima di serenità.

 

La magia si può includere tra i sogni di onnipotenza della specie umana: i riti magici, infatti, teatralizzano la sfida dell’uomo contro l’ambiente, o il tempo, o il destino, o il male che è sempre in agguato; sono uno scudo psicologico che lo protegge davanti alle grandi sfide della vita.

 

Per il mago le cause produrranno sempre gli stessi effetti: a un sortilegio seguirà il risultato voluto. L’insuccesso dipende solamente dalla forza maggiore di un altro stregone o dalla poca predisposizione del richiedente.

Il potere che detiene non è arbitrario o illimitato: lo può usare solo attenendosi alle regole della natura. Infrangere le regole significa fallire o creare un pericolo. La sovranità che dimostrava nei confronti della Natura era limitata al proprio raggio d’azione frutto di un’azione prevedibile e calcolata.

La sfida del mago, dello stregone o del santone è in sostanza sostenere l’uomo e la sua comunità e aiutarli a combattere la battaglia che ne minaccia l’esistenza. Una figura fondamentale che serviva da supporto e confutava i quesiti in sospeso per mancanza di risposte.

 

la magia privata e pubblica

 

Competenze dello stregone: la sfera emotiva

 

Il rito magico compiuto da uno stregone doveva essere accompagnato da una fortissima carica emotiva. Senza trasmettere una sorta di empatia o coinvolgimento emotivo, l’incantesimo non poteva avvenire.

La forza dello stregone era nell’imitare il scenario desiderato realizzando una commedia della magia, in cui attori invisibili svolgevano il ruolo affidatogli. In tal modo si andava a creare una realtà illusoria che scaturiva il determinarsi dell’incantesimo.

Ma attenzione, la magia non veniva inventata. Ciò che faceva era mettere in pratica un sapere tradizionale, imparato e trasmesso da generazioni di maghi. I quali a loro volta l’avevano appresa dalla natura, dai sentimenti che suscitava e dalle emozioni che avevano imparato a intrappolare nei riti.

Questa conoscenza implicava la capacità di estraniarsi dal tempo e prendere contatto con il mondo soprannaturale, che altro non era che un silenzioso linguaggio di sensazioni, emozioni e interazioni fra uomo e natura.

Nel momento del rito non si figurava come un uomo ma come un tramite, un mezzo di comunicazione. Per questo i rituali venivano compiuti esattamente come andavano fatti: una formula pronunciata male o sbagliata, inficiava il processo magico.

Se sperimentare è sinonimo di scienza, la riproduzione perfetta e inalterata è il presupposto fondamentale delle formule magiche di un rito. I primi stregoni erano incapaci di osservare il mondo con occhio critico ma in cambio avevano formulato un legame profondo con la natura.

Le parlavano attraverso il linguaggio delle emozioni, affidandosi a metafore e immagini, trovando così un punto d’incontro. Una qualità oggi offuscata dalla razionalità e dall’incapacità di provare emozioni.