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La caccia alle streghe non si sviluppò con l’avvento della religione cristiana ma attraversò varie fasi prima di sfociare in eventi tragici. Furono una serie collaudata di azioni a portare sul rogo quasi centomila persone in tutta Europa.

 

Gli esordi della stregoneria

 

La stregoneria, secondo l’indagine condotta da Giordano Bruno nel suo libro “Storia della stregoneria” si sviluppo in seno a tre differenti culture: quella ebraica, quella greca e quella romana.

Tutte queste culture includevano concetti misogini che andavano a brutalizzare la figura femminile, relegandola a un’immagine di personalità negativa e inaffidabile.

 

La magia, infatti, era suddivisa in due aspetti:

  • teurgia: magia accompagnata da religione e spiritualità;
  • spicciola: riservata ai personaggi truffaldini.

 

Alle donne toccava l’utilizzo della pratica magica spicciola, che serviva solo a riparare o inneggiare legami d’amore e semplici sortilegi di natura alquanto sospetta.

Ma il vero cambiamento nei confronti della magia avvenne nel 439, in concomitanza con l’emanazione del Codice Teodosiano che affermò il cristianesimo come religione di stato nell’Impero Romano.

Da quel momento il culto del paganesimo e la magia vennero considerati crimini di lesa maestà che potevano essere giudicati con la pena di morte per chi li professava o li praticava.

Nel 533 le pene si inasprirono con l’avvento del Corpus iuris civilis, riscritto da Giustiniano, imponendo l’ortodossia cattolica a discapito dei vari culti agrari.

La legge non seguì gli stessi effetti in tutte le parti dell’Europa. Nelle isole britanniche si praticava la magia indistintamente dal culto pagano e non ci furono sanzioni.

Fu solo quando Witraedo si stabilì come re del Kent che iniziarono le prime ammende che poi aumentarono in pene più gravi nel 959 con la nomina di re Edgardo.

 

strega in volo

 

I primi segnali di caccia alle streghe

 

Il capitolo di un testo medievale, chiamato Canon Episcoli, creato ad ausilio dei vescovi al fine di intrattenere dei particolari atteggiamenti in diverse situazioni, fu riservato alla stregoneria.

Però, la Chiesa reagiva ancora in modo blando nei confronti delle pratiche magiche. Fino al X secolo, infatti, i culti pagani resistevano nelle campagne e si armonizzavano al folklore popolare. Per questo motivo la chiesa non li prendeva troppo sul serio.

La situazione cambiò con l’avvento delle eresie: dei culti religiosi interdipendenti dalla Chiesa. Queste credenze andavano a minare l’autorità della Chiesa e dovevano essere quindi debellate.

La risposta forte della Chiesa fu l’imposizione dell’Inquisizione: una serie di tribunali ecclesiastici che vennero istituiti in tutta Europa. Fu papa Gregorio IX a idearli nel 1231 e tali organi vennero affidati prima ai domenicani e poi all’ordine dei francescani.

Purtroppo, il campo di azione spaziò ben presto dall’eresia alla stregoneria anche se in questa epoca le persecuzioni per stregoneria non furono così numerose.

Ma la situazione non tardò a precipitare. Nel 1257 papa Alessandro IV emanò la bolla Quod super nonnullis concedendo agli inquisitori il pieno diritto di indagare sulle streghe.

 

La magia venne ulteriormente suddivisa in tre tipi di pratica:

  • demonolatria: il culto dei demoni e l’esecuzione di sacrifici;
  • dulia: mescolanza di nomi demoniaci con i nomi dei santi;
  • sortilegi: per mezzo di disegno di simboli magici o l’utilizzo di strumenti.

 

Il papa Giovanni XXII inasprì ulteriormente l’opinione nei confronti della magia commissionando attorno al 1300 al francescano Alvaro Pelayo un’intera opera contro le donne. Venne chiamata De planctu ecclesiae e l’opera cambiò radicalmente la visione nei confronti della pratiche magiche.

Fino a questa data, infatti, la magia era considerata una semplice illusione popolare, nonostante fosse ammantata da un’aurea diabolica. Con il trascorrere del tempo, invece, la visione cambiò.

La magia venne paragonata all’eresia e si rese necessaria l’estirpazione. Uno dei metodi scelti dalla Chiesa per eliminare il problema fu iniziare una feroce caccia alle streghe.

 

inquisizione

 

La caccia alle streghe inizia

 

Il Malleus maleficarum del 1486 incorporò tutte le credenze e le dicerie popolari nei confronti della magia. Fu redatto da due domenicani tedeschi: Heinrich Institoris von Kramer e Jacob Sprenger.

Il testo rischiò di non essere pubblicato ma Institoris inventò un finto collegio ecclesiastico che approvava la pubblicazione dell’opera. Iniziò così a diffondersi l’ideologia contenuta nel testo: la stregoneria era una pratica diabolica e andava perseguitata.

Le più operose in campo magico erano proprio le donne che si macchiavano di incontri riprovevoli con demoni e operavano sacrifici e sacrilegi di ogni sorta.

In Europa si diffuse una vera e propria caccia alle streghe che pochi osarono contrastare per paura di esserne, a loro volta, travolti. In Spagna, però, l’Inquisizione si concentrò nella persecuzione di marranos y mariscos e gli indios delle comunità americane. Pertanto, la caccia alle streghe fu quasi inesistente.

E in Italia? Nel centro e in sud Italia si avvicendarono pochi fatti rilevanti mentre nelle zone alpine la caccia fu feroce, quasi dai risvolti drammatici. A Milano, per esempio, le streghe venivano paragonate agli untori, per le loro capacità di maneggiare unguenti, e per questo perseguitate.

Nello stato tedesco, invece, la caccia alle streghe fu feroce a causa dell’avvento del protestantesimo. Heinrich Himmler, il gerarca tedesco, stilò un censimento negli anni Trenta e contò il numero impressionante di quasi 50.000 vittime. Ciò significa che metà delle vittime della persecuzione furono tedesche.

La seconda triste posizione tocca alla Francia ma anche nei paesi scandinavi contarono diverse perdite. Nelle isole britanniche, invece, non ci fu una vera e propria persecuzione.

Con il trascorrere del tempo la caccia alle streghe si diradò sempre più fino a scomparire e a nascondersi fra i risvolti di una storia che difficilmente verrà mai interamente svelata.

 

etichetta lettura adatta agli adulti

L’importanza della magia è assodata: data la sua diffusione millenaria e arcaica non può che svolgere un ruolo importante. E lo fa non solo per gli individui ma anche per la cultura stessa.

La sua pratica non si limita a una comprensione intellettuale ma richiama emozioni, sensazioni e percezioni. Combina ciò che la cultura occidentale ha spesso sottovalutato, ovvero la profondità psicologica ed emotiva.

In Europa, e più tardi negli Stati Uniti, le credenze magiche sono sempre state etichettate come stoltezza o superstizione. Senza considerare la sua stretta relazione con la scienza e la religione, e in modo più ampio, con la filosofia e la mitologia.

Cambiano i punti di vista. Nella magia l’uomo può influenzare gli eventi e i processi con le sue azioni. Nella scienza, invece, vediamo l’universo funzionare come un essere a sé stante, in cui l’uomo non ha alcuna influenza. Nella religione, infine, l’uomo è succube del volere di un Dio e per essere ‘salvato’ deve seguire in modo rigoroso le sue regole.

 

L’idea che l’avvento della modernità abbia in pratica sradicato le credenze magiche è palesemente sbagliata.

Un mondo senza magia è un posto freddo, povero di emozioni e di stupore, dominato da tecnici senz’anima e da specialisti senza cuore.

 

L’individuo si approccia la magia in tre modi, con:

  • la trascendenza: quando si sente influenzato ma non può agire sulle forze agenti (per esempio l’astrologia);
  • la trasformazione: quando si adopera in un processo di cambiamento (per esempio l’alchimia);
  • le transazioni: quando si stringono patti con energie o forze occulte (per esempio le pratiche della divinazione).

 

L’importanza della magia benevola e malevola

 

La magia benevola è utilizzata da maghe e stregoni per proteggere o rendere il mondo migliore. Fanno parte di questa categoria anche le varie forme di divinazione o di lettura del passato, del presente e del futuro. Con gli incantesimi e i rituali magici si aiutano le persone e la natura. Ed è questa la linea di demarcazione fra magia nera e magia bianca.

Tutte queste pratiche possono essere viste dagli scettici come una forma di magia malevola. E talvolta è così. Quando il mago o la strega utilizzano la magia contro le persone o contro la natura stanno esercitando la magia malevola. Chi usa la magia per compiere azioni malvagie evoca presenze tenebrose che possono essere paragonate alle armi.

Degli strumenti che servono a colpire, soggiogare o vincolare qualcuno ma che lasciano degli strascichi ben visibili. Per questo la magia malevola è da sempre ostentata e combattuta.

Fare un sortilegio malevolo a qualcuno non è da considerarsi come un attacco personale. Ma un gesto compiuto contro l’immagine (l’imago) della persona o l’impressione che ha lasciato.

Un desiderio di togliere quella brutta sensazione che percepiamo quando qualcuno ci ha in qualche modo ferito o umiliato. Eliminare dalla radice l’influsso negativo che questa persona proietta su di noi.

L’importanza della magia raggiunge il suo apice quando questa concorre a far prosperare e non a distruggere o a danneggiare. A prosperare, infatti, non è solo l’uomo e la sua cultura ma l’universo intero.

 

Qual è l’origine di Abracadabra? La formula magica che fin da bambini abbiamo imparato a recitare ha delle origini lontane nel tempo. Ma non troppo lontana, diciamo nel Medioevo.

La formula era usata tantissimo in quell’epoca ed era la generatrice di tutti i rituali magici e degli incantesimi. L’origine di Abracadabra deriva dall’ebraico, dalla commistione di due parole. ‘Abreq ad habra‘ che letteralmente significa “scaglia la tua folgore fino alla morte”.

L’origine di Abracadabra scritta

Quando veniva utilizzata nella formula scritta subiva un processo piuttosto particolare. Prima era trascritta per intero all’interno di un triangolo rovesciato o la scritta stessa andava a formare un triangolo.

Nel triangolo la parola Abracadabra era ripetuta riga per riga fino a riempire il triangolo. Ma la parte interessante arrivava all’approssimarsi dell’ipotenusa in cui rimaneva lo spazio per scrivere una sola “A”.

 

abracadabra formula magica

 

Le altre origini della formula

Un’altra possibile origine di Abracadabra è relativo alla filosofia gnostica e corrisponde al nome del dio solare Mithra, ovvero Abraxas. Andando a spulciare i talismani dell’epoca questo nome si rivede spesso e sottintende un significato ben specifico.

Abraxas identificato con Mithra rappresenta il mediatore fra l’umanità e il dio Sole invincibile venerato fra il III e il IV secolo d.C. in forma di religione monoteista. La stessa dualità Abraxas e Mitra rappresentava in Iran l’intermediario fra il Bene e il male riconosciuti con il nome di Ohrmazd e Ahriman.

Possiamo quindi riassumere gli aspetti della formula dicendo che:

  • Abracadabra non ha un’origine certa ma la si identifica con certezza nel Medioevo;
  • potrebbe avere due significati distinti e appartenere entrambi alla doppia divinità Abrax-Mithra;
  • non ha traduzioni in nessuna lingua;
  • oggi è una formula di rito nei giochi di prestigio;

 

Abracadabra contro i malanni

L’origine di Abracadabra risale al testo Liber medicinali scritto da un medico a servizio dell’imperatore romano di Caracalla. La prescrizione prevedeva di indossare un talismano con la scritta della formula all’interno di un triangolo capovolto. In questo modo la malattia sarebbe diminuita.

Viene citata anche da Carlo Levi nel contesto autobiografico del libro “Cristo si è fermato a Eboli” nel paragrafo in cui consigliava l’uso dell’amuleto a forma di triangolo.

E, infine, venne usato nel Seicento durante la pandemia di peste a Londra. Il triangolo rovesciato veniva appeso agli stipiti della porta così da allontanare e non far entrare il male oscuro che imperversava nelle strade.

Quali erano le competenze dello stregone? In quale modo riusciva a dimostrare alla tribù che le sue preghiere funzionavano?

Non appena la civiltà preistorica si rese conto della componente magica della natura si scatenò la necessità di avere qualcuno che fungesse da tramite. Le famiglie interagivano a loro modo con la natura ma capirono ben presto che l’arte propiziatoria non era sempre favorevole.

Pensarono così di affidare l’incarico alla persona più in vista della tribù, la quale spiccava per la sua prestanza fisica o per l’intelligenza. Oppure, più semplicemente, per la sua saggezza.

Nacque in questo contesto la figura dello stregone, un’immagine antecedente al sovrano. Nel tempo, infatti, la figura di sovrano, stregone e sacerdote si mescolarono per fissare l’aurea di importanza e trascendenza.

Furono delle figure essenziali per la crescita della comunità perché concorsero a formarne l’identità e spinsero le menti a porsi sempre nuove domande. Promossero – indirettamente – l’evoluzione umana, rivolgendo uno sguardo all’inconscio e alla relazione con la Natura.

Magia pubblica e privata

 

Credere nella magia significa presupporre che, sotto l’influsso di certi riti, la vita ordinaria si sfilacci per dare spazio a un altro piano di realtà. Questa fessura suddivide il mondo reale dall’occulto.

Chi si rivolge allo stregone accetta tacitamente questo patto di alleanza in cui si affidano i propri problemi a un tramite capace di conversare con forze sovrumane o energie naturali.

Si accede nel mondo dell’invisibile dove si muovono entità occulte che solo il mago è in grado di evocare. Instaurando così uno stretto rapporto di causa magica ed effetto reale.

 

Le competenze dello stregone si dividevano in due categorie principali di magia:

  • pubblica;
  • privata.

 

La magia pubblica veniva praticata a beneficio dell’intera comunità o nella cerchia ristretta della tribù. Quella privata, invece, investiva riti magici, incantesimi e altri artifizi a beneficio del singolo.

Nei riti privati il cittadino veniva aiutato a sconfiggere malesseri, problemi o questioni di cuore. Allo stregone veniva posto un quesito e lui si affaccendava per trovare una risposta valida.

Fra le competenze dello stregone nella magia pubblica c’era quella di far piovere. Era sua la responsabilità di far cadere l’acqua o di bloccarla qualora fosse troppa.

E lo faceva affidandosi alla magia imitativa (omeopatica). Per far scendere la pioggia mimava la caduta delle gocce d’acqua o danzava il movimento delle nuvole; per bloccare la pioggia invocava il calore con il fuoco e si rivolgeva direttamente al sole.

Allo stesso modo si rivolgeva agli altri agenti atmosferici come il vento, la siccità, il freddo, eccetera, cercando di intercedere fra queste divinità e il volere della sua comunità.

Quando il tempo era fin troppo molesto il sacerdote sosteneva che fosse stato in qualche modo indispettito. A ciò seguiva tutta una serie di rituali che venivano fatti per riportare la pace e un clima di serenità.

 

La magia si può includere tra i sogni di onnipotenza della specie umana: i riti magici, infatti, teatralizzano la sfida dell’uomo contro l’ambiente, o il tempo, o il destino, o il male che è sempre in agguato; sono uno scudo psicologico che lo protegge davanti alle grandi sfide della vita.

 

Per il mago le cause produrranno sempre gli stessi effetti: a un sortilegio seguirà il risultato voluto. L’insuccesso dipende solamente dalla forza maggiore di un altro stregone o dalla poca predisposizione del richiedente.

Il potere che detiene non è arbitrario o illimitato: lo può usare solo attenendosi alle regole della natura. Infrangere le regole significa fallire o creare un pericolo. La sovranità che dimostrava nei confronti della Natura era limitata al proprio raggio d’azione frutto di un’azione prevedibile e calcolata.

La sfida del mago, dello stregone o del santone è in sostanza sostenere l’uomo e la sua comunità e aiutarli a combattere la battaglia che ne minaccia l’esistenza. Una figura fondamentale che serviva da supporto e confutava i quesiti in sospeso per mancanza di risposte.

 

la magia privata e pubblica

 

Competenze dello stregone: la sfera emotiva

 

Il rito magico compiuto da uno stregone doveva essere accompagnato da una fortissima carica emotiva. Senza trasmettere una sorta di empatia o coinvolgimento emotivo, l’incantesimo non poteva avvenire.

La forza dello stregone era nell’imitare il scenario desiderato realizzando una commedia della magia, in cui attori invisibili svolgevano il ruolo affidatogli. In tal modo si andava a creare una realtà illusoria che scaturiva il determinarsi dell’incantesimo.

Ma attenzione, la magia non veniva inventata. Ciò che faceva era mettere in pratica un sapere tradizionale, imparato e trasmesso da generazioni di maghi. I quali a loro volta l’avevano appresa dalla natura, dai sentimenti che suscitava e dalle emozioni che avevano imparato a intrappolare nei riti.

Questa conoscenza implicava la capacità di estraniarsi dal tempo e prendere contatto con il mondo soprannaturale, che altro non era che un silenzioso linguaggio di sensazioni, emozioni e interazioni fra uomo e natura.

Nel momento del rito non si figurava come un uomo ma come un tramite, un mezzo di comunicazione. Per questo i rituali venivano compiuti esattamente come andavano fatti: una formula pronunciata male o sbagliata, inficiava il processo magico.

Se sperimentare è sinonimo di scienza, la riproduzione perfetta e inalterata è il presupposto fondamentale delle formule magiche di un rito. I primi stregoni erano incapaci di osservare il mondo con occhio critico ma in cambio avevano formulato un legame profondo con la natura.

Le parlavano attraverso il linguaggio delle emozioni, affidandosi a metafore e immagini, trovando così un punto d’incontro. Una qualità oggi offuscata dalla razionalità e dall’incapacità di provare emozioni.